Serie degli scritti impressi in dialetto veneziano/Scritti dei secoli XIII e XIV

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SCRITTI


DEI


SECOLI XIII E XIV


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Non è mia intenzione di rintracciare quando i Veneziani abbiano cominciato a crearsi il proprio loro dialetto. V'ha oggidì chi sostiene che non debba cercarsene la origine nella degenerata lingua del Lazio, su di che disputino gli eruditi1, bastando a me il riconoscere, che s'è certamente impinguato mediante le loro abitudini di [p. 24 modifica]navigare e di commerciare in Oriente, donde vennero infinite voci, tolte principalmente dalla lingua greca, e tal volta eziandio dall'araba e dalla saracena, per le colonie che avea la Repubblica stabilite in Acri e in altre città della Sorìa e dell'Egitto. Ciò che m'importa osservare si è, che divulgatosi per tutte le italiane contrade il bisogno di scrivere in una lingua comune, e sovrastando avventurosamente a tutte le altre quella di cui la Toscana diè i primi esemplari, venne tosto anche in Venezia bene accolta, ed in essa scrissero un Giovanni e un Nicolò Quirini, un Bartolomeo Giorgio, un Marco Recaneto, un Jacopo Valaresso ed altri ricordati spezialmente dal Muratori nella sua Perfetta Poesia, dal Quadrio, dal Tentori, dal Morelli ec.; ma siccome minori difficoltà doveansi incontrare esprimendo le proprie idee nel materno vernacolo, così in questo i [p. 25 modifica]nostri padri più illitterati vollero tal volta lasciarci loro scritture. S'è veduto ch'eglino non posero questo Dialetto in dimenticanza nelle Iscrizioni che tuttavia si trovano scolpite ne' tempj e ne' palagj; si vedranno ora registrati altri frammenti sì in isciolta che in legata orazione scritti ne' Secoli XIII e XIV. Un componimento poetico risale alla metà del Secolo XIII, e dello stesso tempo si hanno curiose Cronache e rozzi Statuti. Un'Allegazione sin'ora inedita, e tolta da un Codice di grandissima patria importanza scritto l'anno 1329; ed una Scrittura di vendita di uno Schiavo fatta nell'anno 1365, sono altri Documenti che corredano e fregiano la storia delle scritture che de' più antichi tempi ci rimangono distese nel Dialetto Veneziano. [p. 26 modifica]

I. Lamento per la lontananza di un Marito passato alla Crociata in Oriente.

Giovanni Brunacci padovano in una Lezione sulle antiche origini della lingua volgare de' Padovani; Venezia, 1759, in 4.to, riporta questa Canzone tolta da un antico rotolo esistente nell'archivio di s. Urbano in Padova, scritto l'anno 1277, indizione quinta, giorno di sabbato, ventitre dicembre. E' il lamento d'una moglie per la lontananza del marito nel tempo della Crociata che ordinò papa Urbano Quarto a fine di riprendere Gerusalemme. La Canzone è di 108 versi di nove sillabe, rimati a due a due, e de' quali è il seguente un breve saggio:

  Responder voi a dona Frixa
  Ke me conscia en la soa guisa,
  E dis keo lasse ogni grameza
  Vezando me senza alegreza;
  Ke me Marìo sene andao2

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Kel me cor com lui a portao
Et eo cum ti me deo confortare
Fin kel starà de là da mare
. . . . . . . . . .
. . . . . . . . . .
Co guardo en za de verso el mare
Si prego Deo ke guarda sia
Del me signor en Pagania
E faza sì kel Mario meo
Alegro e san sen torne en dreo,
E done vencea ai Cristiani
Ke tuti vegna legri e sani ec.

2. Polo, Marco, il Milione.

Giova qui ricordare questa celebre Opera, quantunque oggidì non sussista un testo scritto in Dialetto veneziano. Intorno all'originale sua dettatura meritano d'essere riportate le parole seguenti del ch. Emanuele Cicogna (Iscriz. Veneziane T. 2do c. 384, Nota 2.).

"Chi vuole che Marco dettasse il suo Milione in latino, chi in francese, chi in provenzale, chi in italiano, e chi nel proprio veneziano dialetto. A me pare [p. 28 modifica]opinion più probabile quella che i Memoriali o Scritture del Polo fatte durante i suoi viaggi (dal 1271 al 1295) fossero non in una lingua, delle asiatiche, ma bensì nel suo dialetto frammischiato di alcune voci forestiere; che giunto a Genova (dove trovavasi prigione l'anno 1298), e consigliatosi in quale lingua più intelligibile dettar si potessero i suoi Viaggi, siagli stata suggerita la francese o provenzale, e che non conoscendo forse Marco questa lingua in tutta quella estensione che richiedeasi per poterla scrivere regolarmente, siasi giovato dell'opera d'un amico come interprete insieme e scrittore, mentre Marco andava dettando in italiano, e l'amico traduceva in provenzale: lingua comune allora anche fra' Genovesi; lingua in cui altri libri contemporanei eran dettati; lingua finalmente dalla quale senza debbio fu cavato il Milione toscano citato dalla Crusca, e di soli dieci anni al più posteriore alla prima dettatura del Polo. Nè per questo resta escluso che il Polo possa avere scritto il suo libro anche nel veneziano dialetto; ma però, ritornato che fu in patria, al fine di rendere la sua storia facile all'intelligenza de' concittadini, fra' quali la lingua francese o provenzale non era familiare; tanto più che si sa avere il Polo, giunto a Venezia, ritoccato in più luoghi il [p. 29 modifica]libro, come dal confronto de' Codici apparisce".

3. Frammenti di Cronache Veneziane.

Abbiamo nella Storia della Letteratura Veneziana di Marco Foscarini (Libro Secondo c. 116, e c. 181) ampie notizie intorno a queste antiche Cronache Veneziane, le quali per la maggior parte nel volgare nostro dialetto furono scritte. Giaciono esse inedite nelle pubbliche e private Librerie, e siccome ci dà egli un saggio di tali scritture disteso da due Anonimi, i cui originali si serbano nella Vaticana, cosi sarà opportuno il trascriverlo a questo luogo, premettendovi le parole medesime di quello storico illustre, che sono le seguenti:

"Si hanno due Scrittori Anonimi assai fondati nelle cose vicine all'età loro, e tanto più rari quanto che scrissero nel Dialetto Veneziano prima del mille trecento, così indicando la ruvidezza dello stile e la qualità dell'ortografia, massime nel primo. Questi due Anonimi furono sotto gli occhi di Giovanni Lucio, siccome può vedersi a pag. 138 dell'opera de Regno Dalmatiae et Croatiae, e ognuno sa, che il Lucio compose quest'opera in Roma, e che osservò principalmente i codici [p. 30 modifica]vaticani, dicendolo egli stesso, ove riflette sopra un codice della Cronaca del Dandolo ivi riposto. I passi di questi Cronisti, quali si leggono presso il Lucio sono i seguenti:

Il passo tratto dal primo di essi, che sembra più vecchio dell'altro, si riferisce ad un fatto avvenuto nel Dogado di Vital Michele."

Nel tempo del dito Doxie I. l'Arcivescovo de Gali de Zara presume quasiolla Signoria de quella a tegnirse e siando Capetanio e rettor tolto per i Zittadini honde el dito M. lo Doxie de zio sentido fece Armata e mando Capetanio de quella M. Domenego Morexini el qual per forza e per soa providitade quella reduse sotto el Dominio Dogal ella romaxe el dito M. Domenego chon gran compagnia e posa de Vinitiani ellombarbi per tegnir el forschello a quelli traditori Zaratini che spesso revella e questa folla terza fiada ch'elli revella.

"Il luogo del secondo s'aggira sullo stesso argomento, e dice così:"

Anchora in questo tempo Zara che spesso revelava revelo la terza volta chazando fuora S. Domenego Morexini, el qual iera suo Conte e vedendo el dito S. Domenego esser revelada Zara subito [p. 31 modifica]venne a Venexia e disse como Zara se haveva dada all'Arcivescovo de Zara de Gali. aldando questo la Signoria de Veniexia feno un Armada con grandissima xente e fo molto tosto mandada via e fo Capetanio suo zeneral da Mar el predito S. Domenego Morexini el qual Capetanio finalmente chombatendo Zara dagandogli de grieve battaie quella prexono per forza regovrando quella dalle man del Arcivescovo suo chavo, ec.

4. Allegazione di Marco Sanudo scritta il dì 21 Luglio 1329.

Il seguente Frammento è un'Allegazione scritta per ottenere favorevol sentenza in una quistione di possesso. Sta, con altri squarci dettati in Dialetto veneziano, nel libro mss. conosciuto sott'il titolo di Codice del Piovego, di cui esiste una copia nella Marciana. Quest'opera, scritta nella maggior parte in latino, offre una serie di antiche Costituzioni che risalgono al decimo secolo, e continuano sin all'anno 1330: miniera preziosa di notizie, dalle quali s'apprende quali fossero le uccellagioni, i pascoli, le vigne, i boschi, i mulini che stavano sparsi tra le nostre isolette, e quali fossero le leggi civili, criminali e nautiche de' Veneziani antichi. [p. 32 modifica]

21 Luglio 1329

A vui nobili signori Plovegi expono io Marco Sanudo per nome de sier Marco Celsi de la contrada de senta Trinita cum zo sia che io sia avanti la vostra signorìa demandando che un logo lo qual fideva dito peschera lo qual è deponudo en la contrada de sancta Trinita apresso l'arsenà del comun, lo qual descorre per longetudene da lo rio de la Celestria enfina lo bersaio de sen Martin, la qual peschiera io digo esser de lo sovradito Marco Celso da lo qual eo è (io ebbi) comission a plen segondo como io ve mostro per una carta de documento fata en mille e cento e xxviiij de lo mese de fevrero indicion octava in Rialto, fata per man de pantalon prevede (prete) e noder, lo qual a quello tempo vegnia clamado documento che valeva tanto co noticia, lo qual io digo valer tanto anco co val le nostre noticie fate per man de li nostri canceleri; per lo qual documento vende sier Domenego Zusto a sier Domenego Celsi so zenero et so eredi la dita peschera segondo co en lo dito documento se conten, e lo romagnente de la dita peschera digo esser mia, perchè io possedo anco tuta la dita possession sì orto co vigna sì corte co pozzo e forno e con tute so pertinencie. E se algun me volesse opponer ch'eo [p. 33 modifica]no fosse stado continuo en possession de la dita peschera digo che salva la pase de chi lo volesse dir altro sì son che no se mostra che nì comun nì deviso (division) sia en possession altri cha mi, nì per carta nì per description nì per altro modo. Se algun me valesse opponer che comun e deviso avessa tolto alguna cosa de le mie raxon per algun tempo sì per possession co per noticia o per algun altro modo che se volesse dir, digo che li me antessori (antecessori) è stà omeni mercadanti e omeni ch'è stadi la più parte del tempo fuora de la terra et e morti tuti zoveni omeni. E per questa via nu semo romaxi continuo a reze (forse a regime) de femene sì che alguna cosa de nostre raxon fosse tolta nì per comun, nì per deviso digo che defeto è stado, perchè nu no avemo abudo chi sostegna le nostre raxon per le caxon sovrascrite. E se io no ve mostrasse alguni de li confini de la dita mia possession digo che perzò la mia raxon no dè perir, perchè molto è mudade le condicion nì per descricion de omo se porave mostrar, ma salva la paxe de chi volesse dir altro, no se trova che nì comun nì deviso ebia alguna raxon en la dita peschera altri cha mi per le raxon sovrascrite. E parlando cum vostra reverencia digo che en prima fazza questo è da cognosser a lo vostro saver se comun nì deviso ha alguna raxon, per carta nì per [p. 34 modifica]possession en la dita possession altri cha mi. E se altro no se trova digo che la possession è mia quieta nì de raxon no dè perir la mia raxon se per ignorancia nostra algun avesse aquistado alguna parte de la dita possession, niente men io son aprestado de esser alo vostro zudisio sì co ben ve par e piase. E de fato de possessio (del fatto di possessione) parla lo statuto claro, che negun ha raxon en lo possessio se lo no possiede segondo la raxon de lo statuto, a lo qual io digo aver possedudo e posseder quieto per le raxon sovra scrite; e per zò Jo supplico a lo vostro saver, che se en alguna cosa le me raxon (le me ragioni) per mia negligencia portasse defeto che vu adimple segondoche ve par e che se conven de raxon.

(Codex Publicorum Civitatis Venetiarum ex authentico desumptum. Pars ii. Sententia lxxxvii. Class, v.n. viii. p. 752).

5. Capitolo I. degli Statuti (Mariegole) della Confraternita di S. Martino, scritto l'anno 1335.

Questo, e qualche altro brano di questi Statuti o Matricole trovansi esattamente trascritti dal Codice originale, nel Volume Terzo, Parte Prima delle Memorie di Storia Letter. ec. Ven., Valvasense, 1754, in 8. c. 20. Il suo principio è come segue: [p. 35 modifica]

Capitolo primo del primo pruologo

Quanto la presente uita sia labelle (labile) e chazevole (caduca) la humana fragilitade apertamente lo demostra. Perche lo misero hom fi ponto (uomo fu punto) dale solecitudene del mondo. E sempre fi inuolto e insozado (reso sozzo) da peccadi e ligado da ligami della soiezion (suggezione) del demonio dal inferno. Che sicome dixe la scritura lo fantesin de un dì (il bambino d'un giorno) noe (non è) senza peccado. E missier sen Zane (messer S. Giovanni) dixe: Senuy (se noi) dixemo chenuy (che noi) no abiemo peccado nuy medieximi se inganemo (c'inganniamo) ec.

6. Istrumento di vendita d'uno Schiavo, scritto l'anno 1365.

Nelle sopraccitate Memorie di St. Letter. Ven. Valvasense, 1754 (Tom. iv. P. ii. c. 21) si riporta questo curioso Istromento scritto nel volgare veneziano. Notabile riescirà il leggere un vecchio Documento di jus servile presso i Veneziani, da cui apparisce espresso il consenso di uno Schiavo di passare da un padrone ad altro.

In nome de dio amen in mille e trisencto e lxv adi xxii del mese di feurer in [p. 36 modifica]la strouilea in caxa mia de mi Symon da Imola noder Infrascripto in presencia de lo savio e discreto homo m. Iacomo de li Bruni da Imola e de Marco bon da Veniexia e de Zorzi fustagner da Coron de mi Symon Noder infrascripto. lo sauio e discreto homo ser Andriolo Bragadin fyolo de mis. Iacomo Bragadin da Veniexia de la contrada de sento Zumignan (di Santo Geminiano) se eno qui conuegnudi insembre cum mis. Tantardido de mezo da Veniexia honorando consyglier de Coron et ali uendudo uno so sclauo lo quale elo aueua comprado in la tana da uno Sarayni per cento e cinquanta Aspri de arzento cum lazo segondo la confesion del dito sclauo. et a dado infrascripto mis. tantartido a lo sourascripto ser Andriolo in pagamento per lo dito sclauo ducati de oro uinti et uno in moneda cum lazo. lo quale sclauo a nome Piero Rosso et in presencia de li sourascripti testimoni e de lo dito sclauo fo fato lo pagamento e siando pagado e contento lo dito ser Andriolo dal dito mis. tantardido. lo dito ser Andriolo pygla per la man lo dito Piero Rosso so sclauo e si lo de in man de lo sourascripto mis. tantardido e de tuto questo se contento lo dito sclauo Piero Rosso et inclinalo per so signor lo dito mis. tantardido. oblegandose lo dito sclauo de auerlo per so signor cusi como elo aueua lo dito ser Andriolo. e lo dito ser [p. 37 modifica]Andriolo se oblega de defenderlilo in tute le parte del mondo et in ogno zudixio a lo dito mis. tantardido per so sclauo e de ogno dano et interesse che interuegnisse a mis. tantardido infrascripto per lo pagamento de lo dicto sclauo quando elo podesse prouar che elo non fosse so sclauo: lo dito ser Andriolo se oblega de refarli lo dito pagamento a ducati de oro xxi de bon pexo.

Et io Symon figlolo mis. Iacomo de li Bruni da Imola per la Imperiale autoritade Not. publico e Zudexe Hordenario3 fui presente a tutto. Una cum li sourascripti testimonii. mmss. mmss. mmss.



Note
  1. Si sta ora pubblicando: Origine della Lingua Italiana, Opera di Ottavio Mazzoni Toselli; in Bologna, Tip. e Libr. dalla Volpe, 1835 - 32 in 8vo, di cui ho veduto tre fascicoli, ne' quali il dotto ed ingegnoso Autore si propone di mostrare come i Popoli Italiani non parlarono mai popolarmente il latino, ed essere falso che dalla supposta corruzione del medesimo nata sia la lingua italiana illustre o grammaticale, la quale, secondo lui, ci proviene dalle colonie di Celti o Galli che abitarono le nostre contrade prima de' Romani.
  2. Le desinenze in aa in ao in ae doveano essere comuni a' Padovani, a' Trivigiani, a' Veneziani, mentre fra noi le vocali facilmente sfondano le consonanti. E queste sincopi non solo accadevano al fine delle parole, ma lo erano talvolta nel mezzo, od anche al principio, poichè manco che si pronunziava manco si affaticava. Osservò il Brunacci, che un luogo del Padovano il quale nel 1222 si trova nominato Monte Scalbato, nel 1276 è scritto Monte Scalbao, nel 1300 Moscalbato, nel 1331 Moscalbao, nel 1390 Moscalbò. Mille mutazioni, soggiugne esso Brunacci, si succedevano, sillabe troncarsi, lettere sconfiggersi, parole sfigurarsi; gran licenze nella modificazione dei vocaboli.
  3. È osservabile la balordaggine dì questo Simon Notajo, che non nota il luogo dove lo Strumento fu stipulato; ma da quel Tantardide de Mezo gentiluomo viniziano, consigliere a Corone, dove necessariamente avrà riseduto, puossi arguire che appunto in Corone, o nelle sue vicinanze si facesse la vendita dello schiavo Piero Rosso.
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