Trieste vernacola/IV. Giglio Padovan

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Trieste vernacola, Antologia della poesia dialettale triestina, a cura de Giulio Piazza, Milano, Casa Editrice Risorgimento R. Caddeo & C., 1920

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IV.


GIGLIO PADOVÀN

(Polifemo Acca).


Nato a Trieste il 27 d'agosto 1836, morto il 31 decembre 1895. È ritenuto, a ragione, il migliore poeta dialettale triestino. Incominciò a pubblicare nel 1875. La sua prima raccolta di versi si intitolava Rime in dialetto veneto (tip. Appollonio e Caprin), e in essa egli non si curò di scindere i versi scritti in dialetto istriano da quelli in vernacolo triestino. E diceva, anzi, nella premessa:


Sentirè che nol parla venezian
Perchè a San Marco no'l ghe xe mai stà;
Ma un poco de vernacolo istrian
In brazzo de la nena l'à imparà.


Ma più tardi, accortosi forse che anche il moderno vernacolo triestino ha un carattere proprio, una fisonomia speciale che lo distingue dalla parlata veneziana e dalla istriana, fece una suddivisione fra versi istriani e versi triestini, e ciò giovandosi con molta pazienza ed accuratezza, come era sua consuetudine, di vocabolari e anche di consultazioni orali a vecchi [p. 18 modifica]istriani ed a vecchi triestini. A proposito dei suoi versi triestini, peraltro, egli avverte espressamente che riproducono il dialetto parlato dalla borghesia. Con questa distinzione il Padovan fece una ristampa dei suoi versi, aggiungendone molti altri, nell'anno 1885 (coi tipi di Giovanni Balestra), e dopo la sua morte il nipote di lui, l'egregio prof. Guglielmo Padovan, con rispettoso amore e con assidua cura raccolse gli scritti editi e inediti del compianto poeta in due bei volumi (Stab. art. tip di Giuseppe Caprin, 1899), il primo dei quali è dedicato appunto alle Rime triestine e istriane; il secondo a scritti vari, riuniti sotto il titolo Miscellanea.

Il Padovan a torto, mi sembra, fu paragonato al Nalin. Egli è molto più castigato e più fine. La sua arguzia non trascende mai per dare un tuffo nella volgarità. Almeno nei sonetti dati alle stampe. Se si considerano quelli ch'egli leggeva sotto voce a pochi amici, è altra cosa. Forse egli assomiglia piuttosto allo Zorutti nello studio dei tipi comici, ma non è mai paesaggista. I suoi sonetti per lo più sono ritratti, colti dal vero, abbelliti da una singolare ricchezza di immagini e osservati con una lente alquanto caricaturale. E vi campeggia un umorismo sàpido, uno spirito, seppur bonario, incisivo e penetrante. Il lettore lo vedrà dai saggi che gli presentiamo.


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