Satira al Co. Rizzo Patarol

Da Wikisource
Jump to navigation Jump to search

EPUB silk icon.svg EPUB  Mobi icon.svg MOBI  Pdf by mimooh.svg PDF  Farm-Fresh file extension rtf.png RTF  Text-txt.svg TXT
75%.svg
Qualità del testo: sto testo el xe conpleto, ma el gà ancora da vegner rileto.
Satira al Co. Rizzo Patarol
1823
←  Lettera al Gran Bastaso Edission e fonte ▼ Il Naso di Tomaso Tartagia  →
[p. 184 modifica]
NOTA PRELIMINARE

È questa l'ultima satira dell'autore con la quale dichiara d'aver sigillata la sua carriera, convinto che i costumi non migliorano sotto il flagello del ridicolo, che il povero Poeta perde l'acqua e il sapone, e che sottratto le tante volte dal pericolo prossimo di una bastonatura deve mettere il cervello a partito ora che de' suoi giorni è responsabile verso due teneri figliuoletti che gli scherzano intorno. Questa raccolta non è, per dir il vero, uno dei migliori codici morali che si prepara allo sviluppo del primogenito, nè mai a proposito si vide su questa secreta edizione ad usum Delphini. Ma si doni a qualche scintilla di amor proprio, forse non indegna di satira, il desiderio che m'ebbi di vedere tolto dall'ingombro disordinatissimo in cui giaceva il prodotto di tante ore o spese o gettate. Non sarà mai vero ch'io ne ambizioni la stampa rinunziando ai riguardi verso a tanti fatti segno dell'intemperante mio delirio; bensì dichiaro solennemente che mi fu sprone a questo genere di poesia più che la rabbia del satirico una certa innata giovialità che non può serbar le misure una volta che mi cade sotto la penna un'argomento e che la rima concorre spontanea a renderlo più piccante. Così nacque appunto l'ultimo lavoro ch'io qui trascrivo, e di cui mi bisogna premettere la storia per intelligenza di chi legge.

Milord Bijron, il primo dei poeti scriventi dell'Inghilterra fece un madrigaletto per onorar la nascita di un bambino figlio primogenito del Console Britannico. Voti di bellezza, di virtù, e di appettito conteneva la tenue, e brevissima composizione. Per la prima davasi per modello la madre, per la seconda il padre, e per il terzo il Conte Francesco Rizzo Patarol, amico intimo di Milord non che del Console. Superbo il Conte, [p. 185 modifica]non so come, di una tanta lode, credette bene di farla pubblica in molte lingue, dando alla luce un'edizione poliglotta, e commettendone anche all'autore una traduzione litterale nel nostro vernacolo. Ma come nella versione Italiana egli aveva accortamente fatto cangiare il vocabolo appettito in buono umore, io credetti di sostituire la parola Morbin che suona lo stesso. Eccola, non come una bella cosa, ma come preparatoria allo scherzo che segue:

De graziete el to modelo
     Sia la mama, bel putelo,
     I talenti del papà
     In ti cressa co l'età
     E per salsa, e contentin
     Roba a Rizzo el so morbin.

Niente di più commendevole del Morbin innocente, giacchè abbiamo dalle sacre pagini, servite Dominum in letitia. Ma come, non senza rimorso, ingannare l'anima di un bambino lavato appena al sacro fonte della macchia originale?

Io mi sono creduto in obbligo di addottrinarlo per tempo sulle pericolose attrattive del Morbin offertogli per modello. Parlo alla culla del Pargoletto, e restringo il molto in poco avendo riguardo alla sua età. Del resto l'argomento è così fecondo che meriterebbe un poema.


Satira.


I t'ingana bel putelo
     I t'ingana e de che peta,
     El gran mal xè ne la streta, 1
     Sofri caro, sto dolor.

[p. 186 modifica]

Guai per ti se ti somegi
     A quel conte poliglota,
     Bijron xè persona dota
     Ma nol leze a l'omo in cuor.
El morbin del conte Rizzo
     L'è un morbin averto assae,
     L'è un morbin che in ste palae
     Gà ai tragheti el Barcariol.
Fio del campo se xè vero
     Che portava un zorno a nolo
     Do gran secchi col bigolo
     Un so nono Patarol. 2
Gera medico so pare
     Asenon de quei de magio,
     Che logando i bezzi in tagio 3
     Omo rico l'è crepà.
E per ben del Poliglota
     Xè spario dal mondo afato
     Un fradelo mezzo mato
     Che so pare gà lassà.
Dise qualche mala lengua
     Che per torselo dal cesto
     El mio conte à fato el resto
     Col so solito morbin.
E che a forza de spaurachi
     O l'è morto, o se l'è in vita
     Automatico eremita
     Nol ghe costa un bagatin 4
Co sti mezzi el conte despota
     Xè restà del so tesoro
     Per coreger col decoro
     La plebea derivazion.

[p. 187 modifica]

E con arte amalgamando
     Le finezze de Parigi
     L'à dà man ai so luigi
     Per comprarse un fià de ton.
Ma quel ton che i bezzi acquista
     No l'è fio de la natura,
     L'è ton spurio, e l'impostura
     Se ghe leze un mio lontan.
Quele spale da bigolo
     Quela mutria, e quel contegno
     Xè in contrasto co l'inzegno,
     L'è un morbin da zarlatan.
Pur dei bezzi la vernise
     Sconde tuto, fin la panza
     E per omo d'importanza
     Passa el conte in società.
Colazion de mezza sfera
     No ghe stuzega el palato,
     Lo vedè sempre in contato
     Co la prima nobiltà.
Al cambiar d'ogni Governo
     Cambia el conte de bandiera.
     Fredo in cuor el ghe fa ciera
     A chi xè sul candelier.
Egualmente morbinoso
     Con Seras ladron perfeto, 5
     O con Goes che al povereto
     Xè del proprio dispensier.
Co sta boria d'aparenza
     Ai Milord lù se taca,
     I Milord el gà la paca
     Mal o ben de scimiotar.

[p. 188 modifica]

Ma i t'ingana, bel putelo,
     Co ninandote la cuna
     I te brama per fortuna
     Un morbin che fà tremar.
L'è un morbin, te lo ripeto
     Che missià co l'inglesismo
     Gà per base un ludronismo
     El più porco el più bestial.
No ghe è ebreo che ghe la impata
     Nei so calcoli secreti,
     L'è un morbin robà dai gheti
     Che radopia el capital.
Morbinosi turcimani
     Gà el mio Conte al so comando
     Che và sordi stochizzando
     Dove geme povertà.
Pegno in man domanda el Conte,
     E co el trenta i ghe assicura
     El de più per la fatura
     Del mezan vien calcolà.
Ride el Conte, e co un bel zorno
     Vien segnà da sto contrato
     Se ghe mola al Conte mato
     La direa dei so bomò. 6
D'edizion oltramontane
     L'arichisse la scanzia 7
     E sunando in libreria
     El và i fiori de Rousseau.
Viglietini de matina
     Sfioca in carta a filo d'oro
     Presentai da un servo moro 8
     A la bela del so cuor.

[p. 189 modifica]

Ma la bela mal pagada 9
     Del so barba se ributa
     E la resta a boca suta
     Costo sfarzo da signor,
De graziosi anedotini
     Farte quà la litania
     Bel putelo poderia
     Se volesse tuto dir.
Ma l'abuso de le chiacole
     Pol urtar el to cervelo,
     Ti ga vogia bel putelo
     Zà lo vedo, de dormir.
Dormi caro, dormi in pase
     Ma del lord el terzo voto
     Credi pur che no l'è un loto
     Da augurarte, bel bambin.
Da quà un'ano un tomo in fogio
     Te preparo sul sogeto
     Perchè mai te nassa in peto
     Volontà de quel morbin.

[p. 190 modifica]
ANNOTAZIONI
  1. [p. 192]Cioè nella chiusa del Madrigale.
  2. [p. 192]Illustri memorie della sua prosapia.
  3. [p. 192]Espressione nostra per indicar l'avarone.
  4. [p. 192]Storia verissima. Negli anni primi della mia gioventù sò d'aver conosciuto questo suo fratello pressocchè scemo, e d'aver veduto il Conte deriderlo inumanamente.
  5. [p. 192]Governatore di Venezia durante il blocco.
  6. [p. 192]Passione predominante del Conte è il passar per uomo di spirito, ma i suoi bomò equivalgono all'incirca ai frizzi di un cattivo arlecchino.
  7. [p. 192]Il Conte ha una scelta collezione di libri, ma non legge per ordinario che autori francesi, spoglio affatto di gusto per conoscere il buono dei Classici latini ed italiani.
  8. [p. 192]L'ufficio di Mercurio è esclusivamente assegnato a un suo bellissimo servo moro che vince forse il padrone in nobiltà di maniere.
  9. [p. 192]Così è. Tanto lusso apparente si riduce a zero se mai qualche donna lo chiama a prove di fatto.
Traesto fora da Wikipèdia - L'ençiclopedia łìbara e cołaboradiva in łéngua Vèneta "https://vec.wikisource.org/w/index.php?title=Satira_al_Co._Rizzo_Patarol&oldid=58612"