Sonetto contra g'invidiosi

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SONETTO CONTRA G'INVIDIOSI.


L'è ades du mesi (no vorè fallaro)
     Che dè a le stampe un'altro me sonetto,
     El qual disea in tel fin così de netto,
     4Ch'in volea scrivro anchora un bon megiaro:
Mi d'hea vegia anch'al'hora de sboraro
     Quel c'hea in tel magarotto, e dirlo schietto,
     Ma el gran daffaro me fasea star quietto:
     8Basta che g'hea'l pelon, volea rivaro.
Mai m'ha piasù a dir mal, nò da fradello;
     Mo a g'invidiosi putana de dina,
     11Se ben no pievo, ghe metto un capello.
Heva assè che scoltar sera e maitina
     Lengue, che me dasea volta el cervello:
     14Chi invidiava el Vesin, chi la Vesina.
                    Na lengua serpentina
La staravo ben cotta, s'un taiero,
17E 'l cher d'un'invidioso s'un brasero,
                    Digo per el devero
Salvo i poeti, e i boni che è costretti
20A biasemar queloro c'ha defetti:
                    Giè spiriti descretti,
Anzi ghe vegio ben per el so inzegno,
23Che i lalda, e diso an mal quand'un d'è degno.
                    Doncha in sto me desegno
I cavo fera, e vei dir de zentaie
26C'ha la invidia cazzà fina in le intraie;
                    Perche ste tal canaie
Se le vedo a far conse che sta ben,
29Le va con giottonie, e le intarten.
                    Ho el magarotto pien,
No gh'è giuditio, amor, gne carità
32In sto mondazzo pien di falsità:

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                    Genie, malignità,
Ghe n'è a bezeffo, e de razze caine,
35Invidiosi, e invidiose fine fine.
                    Giha invidia à le vesine,
Con giè putte da ben i và a intestaro
38I parenti, per farle mal trattaro.
                    No me pos rasentaro,
Giè stronzè, no giè al peso, e sti smorfienti
41Vel cattar menda a i scudo trabuchenti.
                    Guardè se giè insolenti,
Dond'è la paso i ghe fa metro guerra,
44Contra'l ben far, la porta i ghe serra.
                    I spuzza sora a terra,
Bea chi pel guardarse da sti tali,
47Giè inemighi de Dio, cason de mali.
                    E si no gh'è speciali
Che tegna onti in la so speciaria,
50Per guarirgi da stà poltronaria.
                    L'è troppo incancarìa,
Mi vegio diro le me opinion,
53Per l'honestà no giha mai descretion:
                    Giè à la comparation
De i porchi che sta sempro in la carogna;
56Se i sento un bon'odoro, i se ne sgogna.
                    Perche no giha vergogna,
Quella so testa l'è na colombara
59Da piocchi, i gh'in sarà su le megiara:
                    Tutti pieni de tara,
Mostazzo da fodraro un camarelo,
62Barbe da doperar per un pennelo.
                    Nasi da capitelo,
Bocche e dentazzi da zizzar chiavoni,
65Lengue da cicolar con forbesoni:

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                    Giè com’è galavroni
Da tegnir là in t'una sinigoga,
68O metergi tin Galea, dir stà lì, e voga,
                    Ligarghei con na soga.
Colli da stuppar busi à la berlina,
71O an sogatto un sabbo da maitina.
                    Giè proprio una gallina
Da lassargi tri dì in capella in covo,
74Po così vivi farde un pasto al lovo:
                    Mettergi sotto al zovo
Sti gaioffi, lor giha ghe i par l'ancroia,
77Spalle da faro un par de staffe al boia.
                    No besogna dir, moia,
Che i merita ogni struscio, ogni tormento,
80Per le preve che i fa con mal talento:
                    Brusargi, e trargi al vento,
E, se mi fusso signoro a bacchetta,
83D'altro ch'è scrivro ghe dareo la stretta,
                    Zentaia maledetta.
Ghè po an de ste invidiose forfantelle,
86Che è brutte, e triste, e dà tara alle belle;
                    Scomenzando da quella,
Che desmostra al me ben d'esro so amighe,
89E po per refe le ghe rendo ortighe.
                    Ma giè tutte vescighe,
Che l'è cosi galanta criatura,
92Con mai podesso faro la natura
                    Gratiosa, honesta, e pura.
E chi cerches Verona da bon sen,
95No catarà el pi bel viso seren.
                    Sempro ghe vorrò ben,
Ben d'honorevolezza, e d'honestà,
98Con dè faro un crestan; s'in verità.

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                    Fin che mia vita stà
In honor sò vei doperar la penna,
101Se ben de poesia g'ho poca vena.
                    L'ha una fazza serena,
Chiara e lusenta, col pi bel modello,
104Che la luso del Sol no l'ha si bello.
                    El filo d'un cortello
N'è si settilo, com'è la so sga,
107L'ha po cavei che i paro oro tirà.
                    Du occhi hoime che tra
Frizze e bolzoni al cher de chi la mira
110(Al me gh'in sa che dì e notto el sospira)
                    Guardei, quando la i zira;
Se sì che cons'è amor, dirì, tel credo,
113Che i pi bei occhi al mondo no se vedo,
                    E a quel viso ghe cedo
Ogn'altro de bellezza, e de spiandoro,
116Senza belletto, e netto com'è l'oro.
                    Crediu che'l Dio d'amoro
Me tenda, hoime, quel naso, e quella bocca
119Con quella lengua che tocca la brocca:
                    Mo la nevo, che fiocca
N'è po si bianca com'è quei dentini,
122Che i par perle d'oriento infra i rubini:
                    Rosette dalmaschini
Par le so galte, e i lavri de coralo,
125Tutte conse impastè dal naturalo,
                    Guardè ch'el specialo
Dal Rè, dal pomo d'oro, o altri pari
128Tocca mai un quattrin de ì so dinari.
                    Le scattole e i pitari
Da i belletti, per lè giharao la muffa:
131Che a vedro quei pacchiughi la se stuffa.

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                    Le invidiose se zuffa:
Perche le sa che la natura è quella
134Che la fa costumà, gratiosa, e bella.
                    Do recchie la g'ha ella
Rosse, sbrasente, e ben proportionè,
137Mai viste le pi belle, ampo ghe nè.
                    Mo vedì, e xaminè,
La gola è n'alambastro, e 'l petto un latto:
140con du pani de smalso noma fatto.
                    El resto l'è retratto
Da la istessa vertù, che 'l mondo honora,
143Le man bianche, e facente, che lavora.
                    O gratiosa signora
Perche non songi Omero, ò Ciceron,
146Per dir mei quanto è in vù de bello e bon,
                    Che so che al palangon
De belezza vù si un'Helena Grega,
149Vertù che a Penelope no ghe pega.
                    Le opere nol denega,
Vù somegie na Lugretia Romana
152Fidela, honesta quanto una Sosana.
                    L'affettion no m'ingana:
Cognosso ancha mi el pan via dalle stele,
155El veludo dal grifo, e da le pele.
                    G'invidij con novele
Giè com'e'l corvo e corva induta e magra,
158Se i fieli è grassi, col becco i gi smagra:
                    I ghe fa po dar l'agra,
I pia la volta longa, e co'l so inganno
161I gaba Pero, Pol, Francesco, e Zanno:
                    No faravo assè un'anno,
Chi voles dir le gran capocchiarie,
164Che se fa a petition de ste genie.

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                    O persone scaltrie
Guardeve da questor fei star in la,
167No giè senceri, giha guasto 'l pala.
                    Quelor mò che non l'ha
Sto bon vedero, che i tega giocchiali,
170Quei ch'è boni, a cognosro i bordonali:
                    S'andemo a gali a gali,
Con diso el grego, vedaremo a fatto,
173Perche 'l tempo chiarisso el savio e 'l matto.
                    Guardeve da quel gatto
Che denanzi ve lecca, e fa bellin,
176E po de dre ve sgraffa, ò che sassin.
                    Quelle, c'ha el mal vesin,
Le laga far à Dio, che sa ben faro,
179Che à tempo e lego el giha da castigaro.
                    La zenzania ha da staro
Sempro messià con el formento bon,
182Fin'à quel dì, che vegnarà el patron
                    A faro el balanzon,
Dal giusto el spartirà la falsità,
185E la bosia via dalla verità.
                    Cosi alla carità
No ghe porà la maledetta invidia,
188Gne superbia, gne gola, ira, gne acidia:
                    E à quelor c'ha perfidia,
Paravit illis Deus ignem æternum,
191Qui debet tormentare in sempiternum.
                    Vaga doncha in infernum
Sti maledetti; e à la invidia cagnina,
194Zadesso ghe'l dirò à la Fiorentina.