I sogni/Libro II/2. Proemio dell'Autore

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2. Proemio dell'Autore
1922
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PROEMIO DELL'AUTORE


Quale estro paesano, m'indusse a togliere dal suo nicchio selvaggio, una celebre ed ultra millenaria canzone popolare, per avvincerla allo scheletro di una dimora imperiale, sul colle principe di Verona, nei pressi di una fonte romantica, la notte di San Giovanni?

Parlano a buono, senza tregua, questi luoghi terribilmente austeri e piacevolmente campagnoli; parlano con severità di rudero e con grazia d'ortaglia, un linguaggio spesso nascosto, quasi sempre frainteso o tenuto in poco conto.

Con questa ballata, mi son rifatto ai tempi, nei quali la contrada di San Giovanni in Valle, sulla riva sinistra dell'Adige, era assai più garrula di popolane, [p. 76 modifica]sparse per i vicoli erti ed angusti, sulla soglia degli anditi, a grappoli su per le scale umide e muffose, intente ad incollare scatole di prigionia, per gli umili zolfanelli di legno dalle capocchie variopinte.

A quei tempi, che la chiesetta di San Giovanni, era vergine di restauri e di reintegrazioni, che l'hanno contaminata. Quando infine la poetica fontana, detta del «fero» era un eremo gustoso e salvatichetto, saldato su quattro muriccioli mal sagomati e cadenti, con le scalette rustiche e smozzicate, sotto una cortina di capperi in fiore, col custode troglodita, che dormiva in una specie di antro scavato nel tufo — e non esistevano quelle comodità ed eleganze geometriche, che si vedono al dì d'oggi.

Di tutto quanto ho espresso, resta appena una languida memoria di vita e di poesia vanescente. Non torna, che il panorama grandioso e toccante della città, che si gode dai punti più elevati della cinta montana delle mura scaligere e viscontee.


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— Preso, una buona volta, dal fascino originale e perenne di questo scenario, [p. 77 modifica]dove potevo io scegliere i miei personaggi, per farli muovere nel teatrino suggestivo della ballata?

Lassù — sul colle di San Pietro, una reggia autentica, quella di Alboino re e marito di Rosemunda: reggia assunta ad orrenda notorietà per la cena macabra, che Giovanni Prati ha cantato e solfeggiato così bene. — Lassù, attorno a quei blocchi muscosi, vicino ad una fontana di amore e di giovinezza, ho richiamato dal sonno eterno del buio medioevo, tre spiriti maligni, tre fuochi fatui, tre voci di una canzone monumentale, vindice e solida, come un cippo romano.

Voci, ora serpeggianti in segreto di congiura e di veneficio, nella piena baraonda di una notte pagana (notte di bacio e di fuoco), ora solitarie e furibonde nei meandri di un palazzo maledetto, dove Re Teodorico incontrò tale avventura infernale di caccia, che lo portò da prima all'Erebo e con l'andar dei secoli sulla divina facciata della basilica di San Zeno, per lo scalpello di Mastro Nicolò — che ne tramandò la leggenda. [p. 78 modifica]

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Le due voci misteriose della «Notte di San Giovanni», appartengono all'astuto Longino, esarca di Ravenna ed alla terribile Rosemunda, già vedova assassina di Alboino.

Essi congiurano ai danni di Elmichi, sposo novello di Rosemunda, che se n'era ito alla caccia.

Nella terza parte della ballata, invece, Longino sparisce come tutti i vigliacchi seduttori e rimangono soli nel castello, Rosemunda ed Elmichi, a misurarsi colpi mortali.

Scopo mio ambitissimo e supremo del resto, è stato quello di esaltare un angolo delizioso di Verona, per la inveterata abitudine di rivestire di poesia, ciò che a tanti appare nudo e lebbroso; e per incastonare il meglio che si potesse, nella corona delle verdi colline, un bel rubino rosso sanguinante, di pura marca reale, che tanto e tal fosco gioiello di saga è la «Dona Lombarda».

E se volete di più, pur io, anima popolana latina, intesi di scagliare la mia invettiva alla regina dei Longobardi [p. 79 modifica]«odiata da questi, perchè ucciditrice del loro re, abborrita dagli italiani, perchè appartenente alla razza degli oppressori stranieri, esecrata da tutti, perchè due volte adultera e due volte omicida». 1

Ma essa, esaltando la insaziabile follia di amore e la sconcia tenebrosa bellezza, ha risposto così da lasciarmi incerto sull'effetto morale della apostrofe...

La donna vuol sempre tener la ragione dalla sua parte.

Al Tribunale dell'Eterno, non converrà abbandonarle per ultima la parola!



Note a cura de l'autor
  1. Vedi «Notizie critiche» a pag. 117.
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