I sogni/Libro II/1. Da le cronache di Paolo Diacono

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1. Da le Cronache di Paolo Diacono
1922
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In qual modo Alboino, dopo un regno di tre anni, fu ucciso, per consiglio di sua moglie, da Elmichi.


(Dalle cronache di Paolo Diacono)
(Cap. 28)


Il quale re, dopo aver regnato in Italia per tre anni e sei mesi, fu assassinato per le insidie della consorte.

E la causa dell'assassinio fu questa:

Essendo il re ad un banchetto presso Verona, vi si trattenne in allegria più di quanto bisognasse — e a un certo punto ordinò fosse portata alla regina, perchè ci bevesse il vino, una coppa, che egli aveva fatto col teschio del re Cunimondo suocero suo, ed a lei fece invito di bere lietamente col padre.

Che se ciò a qualcuno paresse impossibile, nel nome di Cristo, io dico il vero quando affermo, che questa coppa io vidi in un certo sabato, mentre il principe Rachî la teneva in mano e la mostrava ai suoi commensali.

Rosemunda, dunque, come ciò udì, si sentì in cuore un cruccio profondo, e, non riuscendo a reprimerlo, [p. 72 modifica]tosto riarse nella brama di vendicare con l'uccisione del marito, quella del padre. — E per toglier di mezzo il re, subito prese consiglio da Elmichi che era Schilpor (vale a dire scudiero) e fratello di latte del re; e questi la persuase ad associarsi per le sue mire Peredeo, ch'era uomo fortissimo — ma Peredeo non consentì a tanto misfatto, che la regina gli suggeriva; onde costei una notte si pose a giacere nel letto di una sua guardarobiera, che con Peredeo aveva consuetudine carnale, così che Peredeo, di ciò inconscio, venne e giacque con la regina — la quale, essendo già consumato l'adulterio, le chiese se sapesse chi ella si fosse; ed egli nominò l'amica con la quale credeva di trovarsi; ma la regina gli replicò «Non è come credi: io son Rosemunda, e con me, o Peredeo, hai fatto tal cosa che, se non uccidi tu Alboino, egli ti spegnerà con la sua spada». — Colui, apprendendo allora il male che aveva fatto, si dispose a compiere per necessità contro la vita del re ciò che libero aveva rifiutato.

Rosemunda, mentre Alboino in sul mezzodì si abbandonava al sopore, ordinò che nel palazzo si facesse il più gran silenzio, e, portata via ogni altra arma, legò la spada che egli teneva a capo del letto così fortemente da non poterne essere nè tolta nè sguainata; indi, più crudele d'ogni belva, seguendo il consiglio di Elmichi, introdusse il sicario Peredeo.

Alboino, subitamente scosso dal sopore, fatto accorto del pericolo che gli stava sopra, portò al più presto la mano alla spada, ma, poi che non gli venne fatto di estrarla tanto saldamente era legata, agguantò uno sgabello, e con esso per alcun tempo fece difesa.

Ma ahi sciagura! Quest'uomo bellicosissimo e di somma audacia, nulla potè contro il suo aggressore e restò ucciso come uno della plebe inerme; e così per le [p. 73 modifica]insidie di una femminuccia perì tale, che, famosissimo in guerra, era passato incolume a traverso tante stragi nemiche.

Il corpo di lui fra gran pianti e lamenti dei Longobardi, fu sepolto sotto un ramo di certa scala che era contigua al palazzo.

Egli fu alto della persona ed in tutte le membra ben formato per la guerra.

Ai dì nostri Giselberto, che era stato duca dei Veronesi, ne aperse la tomba e portò via la spada e gli altri ornamenti che vi trovò. E per questa ragione, con quella vanità che è propria della gente incolta, si vantava di aver visto Alboino.


Che Elmichi volle regnare ma non potè.
(Cap. 29)

Elmichi dunque, spento Alboino, tentò di oocuparne il regno, ma non vi riuscì affatto; anzi i Longobardi, troppo addolorati per la perdita di lui, meditavano di farlo morire.

Tosto Rosemunda mandò a dire a Longino prefetto di Ravenna inviasse al più presto una nave sulla quale si ponessero in salvo.

A tale notizia Longino si rallegrò, e con grande premura inviò la nave.

Su questa, Elmichi e Rosemunda, già divenuta sua moglie, fuggendo di notte, si imbarcarono, e, portando seco Albsuinda figlia del re e tutto il tesoro dei Longobardi, rapidamente giunsero a Ravenna.

Allora il Prefetto Longino prese a persuadere Rosemunda uccidesse Elmichi e poi sposasse lui. [p. 74 modifica] Ella, facile com'era ad ogni nequizia e desiderosa di diventar Signora di Ravenna, si prestò a perpetrare quest'altra infamia, e, nell'occasione in cui Elmichi era nel bagno, proprio mentre usciva dalla vasca, asserendo di porgergli bevanda salutare, gli propinò il veleno. Ma come questi si accorse di aver bevuto la morte, con la spada denudata sulla testa di Rosemunda, la costrinse a bere il resto della tazza.

E così per sentenza di Dio onnipotente, quei due assassini scelleratissimi ad un istante perirono.


SIRIO CAPERLE1



Note a cura de l'autor
  1. Tradotto dal ”Rerum Italicarum Scriptores„ Tomus Primus — Mediolani 1723 — per Lodovico Antonio Muratori — Società Palatina.
    De gestis Longobardorum, Pauli Diaconi L. II. — pag. 435.
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