Esempio di versione sulla lavagna
dal dialetto alla lingua
| Testo | Versione letterale e costruzione diretta |
| Un sior ch’el deventa poareto | Un ricco che diventa povero |
| ’Na volta gh’era ’n omo che, a forsa de desgrassie, l’è deventà poareto; e, quando la ghe sbatéa [1], ghe tocava ’ndar de qua de là par trovar da magnar a maca [2]. L’era sempre sóto sóra [3] de salute; e se 'l vedea, par le strade, andar pianin pianin par no cascar ’n tera; e, sibén che l’era ’n marsemín [4], se podea credarlo bon altro che da ciàcole o un pampalugo [5]. | C’era una volta un uomo che, a forza (a furia) di disgrazie, diventò povero; e, quando lo spingeva la fame, gli toccava andare di qua e di là per trovar da mangiare a ufo (senza pagare). Era sempre di salute malferma; e lo si vedeva, per le strade, andar piano piano per non cadere in terra; e, sebbene fosse un uomo molto accorto, si poteva crederlo un buono a nulla o uno scimunito. |
Il maestro può notare agli alunni i vocaboli e le frasi più caratteristiche a confronto del dialetto e della lingua, come:
- ↑ la ghe sbatèa: frase elittica ― la fame gli batteva il fianco.
- ↑ a maca ― a ufo, senza pagar lo scotto.
- ↑ l'era sempre soto sora; si sentiva sconvolto, come di uomo malandato in salute.
- ↑ sibén che l’era, notisi per la regola della grammatica il modo indicativo «era» invece di «sebbene fosse»; marsemin, come l'uva marsemina, uva fina e saporita.
- ↑ Uomo disfatto, buono a nulla, incapace di operare qualsiasi cosa, insomma uno sciocco, un ignorante solo da ciarle e non da fatti. In dialetto usasi anche la parola «baúco».
Si intende che di alcuni vocaboli e frasi vernacole è difficile far rispondere sempre parola e frase esattissima della lingua italiana; quindi più che traduzione matematica il Maestro dà la spiegazione, tale però che corrisponda al concetto preciso dialettale. (Vedi: E. G. Rossi, I vocabolarî e le traduzioni dialettali considerate come mezzo di diffusione della lingua nazionale, Sondrio, Tip. Quadrio, 1899).
