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Pagina:Selvatico - Commedie e Poesie Veneziane, Milano, Treves, 1910.pdf/190

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primo s’allunga oltre le convenienti proporzioni. Ma io volli rispettare con grande scrupolo quanto uscì dalla sua penna. Soppressi solamente le zeppe e le ripetizioni manifeste che gli erano sfuggite nel lavoro di getto e, tra le varianti, mi attenni a quelle ch’egli avrebbe secondo ogni ragionevole congettura adottate, cioè alle espressioni più limpide e svelte.

Dopo il principio dell’atto terzo, non restano più che frammenti. Sono scene abbozzate, scene accennate, appunti e spunti. Servendomi di questo materiale frammentario e affidandomi, per colmare qualche lacuna, alla memoria dei figli, ho procurato di esporre quanto più esattamente mi fosse possibile l’ulteriore svolgimento dell’azione.

Fallirei a un dovere di assoluta sincerità — la virtù che a Riccardo Selvatico fu così cara — se non accennassi a due dubbi che lo avevano tormentato, riguardanti l’uno la tessitura, l’altro la conclusione della commedia.

Quanto alla prima, egli temeva d’aver voluto abbracciare laboriosamente due azioni successive e si domandava se non convenisse forse respingere la prima parte nell’antefatto, per dare alla seconda una più vigorosa ed ampia efficacia di riscontri e richiami. Rispetto alla conclusione, egli s'era dibattuto a lungo fra la più spietata — il distacco di Marcello da Emma, il suo scomparire per destini ignoti con la figlia di Adele — e la più consolante — la ricostituzione della famiglia consacrata dalla memoria buona dei morti —; e quantunque il suo acume di artista non gli nascondesse che la prima soluzione sarebbe stata

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