Pagina:Raccolta di poesie in dialetto veneziano 1845.djvu/320

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GIACINTO


Zorni sereni e un'aria tepideta
     Da grati furianei solo agitada,
     Avea invidà Giacinto ale delizie,
     Che semplice natura in le campagne
     5Liberal ne presenta; e gera alora
     Che l'ua, color de l'oro, a graspi a graspi
     Xe tacada ale vide. Un solitario
     Ma grazioso casin, d'una colina
     Su la falda piantà, gera el tranquilo
     10Logo che l'avea scielto. Da una parte
     Nasceva un fiumeselo, che tra l'erba
     E tra i fiori del pra quieto coreva;
     Da st'altra, ma in lontan, s'alzava un bosco,
     E ghe rideva una pianura imensa
     15Proprio in fazza al casin. Se al far del'alba
     L'averziva el balcon; se su la sera
     El vedeva tornar carga de pomi
     O d'ua la vilanela, o se in t'un gropo
     Atorno una polenta quei vilani
     20L'osservava a magnar, in lu el sentiva
     Crescerse el cuor. Oh dio! Ma no bastava
     A scancelar la tropo fissa imagine
     De la bela crudel, che a un altro amante,
     Dopo l'amor più sviscerà, più caro,
     25S'aveva abandonà. Piaghe xe quele
     Che no sana cussì. Ben pensieroso
     Spesso l'andava in solitaria parte
     A sfogar el dolor che lo investiva,
     E una note fra l'altre, che più bela
     30No avea visto quei loghi, in mezzo al bosco
     El s'aveva inoltrà. Nel ciel la luna
     Cussì chiara luseva, che d'arzento
     Pareva i coli, e le campagne atorno
     E l'aria odori e balsemi spirava;
     35De quele note insoma che ad ogn'altro,
     For che a amante tradio, xe un paradiso.
     Pur sul'erba sentà, fra quele piante,
     Cussì disendo, iluderse el tentava:
          Erbe odorose e morbide,
               40Aria che sventolar

               Te piase e sussurar
               Tra fogia e fogia;
          Ragi che introdusendove
               Tramezzo i rami andè,
               45E tra l'ombre lassè,
               Sto dolce lume;
          Oh! qual piacer patetico
               Fe che se svegia in mi,
               Come che radolcì
               50Del cuor l'afano!
          Nè questi xe incantesimi,
               Come xe quei d'amor,
               Che tra i fiori el dolor
               Sconde e le pene.
          55Nè per belezza istabile
               Sento el piacer in seu
               Per sofrir del velen
               Dopo le angosse.
          Tropo anca mi una perfida,
               60Credulo tropo, ò amà,
               E go sacrificà
               Tut'i mii afeti;
          Ma alfin, del mio delirio
               Trionfando la rason,
               65Del'indegna ilusion
               Fa che me penta,
          E che desmentegandome
               De quel ingrato cuor,
               Bosco, nel vostro oror
               70Trovi la calma.
In t'un dolce sopor dopo sto sfogo
     Quela calma pareva che 'l godesse
     Che'l voleva trovar. Quando che un'ose;
     Che ghe passava el cuor, lo svegia; el vede
     75Un ogeto confuso che fra i albori
     Gera come butà, che un ragio debole
     De luna, che fra i rami trapassava,
     Ghe permeteva de scovrirlo apena;
     Mestamente cussì l'ose diseva:
          80«Ombre, me par che st'anima
               Trovi nel vostro oror
               Pascolo a quel dolor
               Che la consuma;
          Vu fe che, lusingandone
               85Sta vita terminar,
               Senta nel mio penar
               Qualche conforto.»

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