non è concepibile che una parafrasi; la quale se per le altre commedie, tutte legate alla vita Greca e Ateniese, è in molti luoghi impossibile, per questa, che è d'argomento più sociale che politico, di regola non trova molta difficoltà. Ho voluto dunque provarmi a trasportare le Ecclesiazuse in Veronese, la sola parlata che io, almeno una volta, presumeva di sapere abbastanza benino, e parecchi amici cui ho letto i miei tentativi mi stanno facendo animo a pubblicarli. Io sono però sempre incerto. L'opera è sana e salutare e moralissima nel suo fine, ma la forma però è spesso tale da urtare di necessità le caste orecchie della gente per bene: è tutto all'opposto di certa letteratura moderna marcia e sconcia e corruttrice, che rispetta però (quando le rispetta) certe convenienze sociali. Sarà un pregiudizio; anzi, direi, è un pregiudizio; ma chi lo professa è gente onesta; merita perciò che ci si pensi sopra un pochino. Intanto pubblico una scena innocente.
È già proclamata la nuova costituzione della società, e la legge si sta per applicare. Due cittadini escono in piazza; l'uno, tutto disposto a obbedire porta al comune le cose proprie, l'altro non vuol portar niente e cerca dissuadere anche il primo. Il principio di questa scena fu uno dei punti dove la parafrasi mi diede più da fare. Le masserizie infatti vengono disposte in modo da parodiare la processione delle Panatenee; e perciò bisognava, senza cambiare del tutto il testo, modificare e sostituire qua e là con sufficente misura da sopperire alla chiarezza e alla verità. I nomi propri, quando sono di persone storiche, li ho lasciati come sono nel testo, chè altrimenti conveniva mutare del tutto le allusioni, con pericolo d'offendere, o piuttosto di far troppo onore a della gente che non se lo merita: i nomi invece delle persone immaginarie e i soprannomi li ho mutati liberamente. Sopprimo in questo saggio tutte le discussioni sul testo e le note critiche ed ermeneutiche e solo aggiungo di mio alcune poche didascalie in servizio della chiarezza. La numerazione dei versi è quella del testo, e i versi sono tanti nella traduzione quanti nel Greco, dove sopprimo il v. 800, che è vana e insipida ripetizione del precedente.
L'edizione che ho seguita di regola è quella del von Velsen, Aristophanis Ecclesiazusae, Lipsiae 1883.
