nelle loro mani. Detto, fatto, la loro prima riforma è di abolire la proprietà individuale e la famiglia: tutti devono consegnare le proprie sostanze mobili ed immobili al comune, il quale amministrato dalle donne si assume di preparare il pranzo per tutti, e provvede anche ai commerci sessuali con savi ordinamenti atti a tutelare i diritti dei vecchi e dei brutti, che se no correrebbero pericolo di essere indegnamente conculcati. Da ultimo si mette in azione anche un eccellente saggio di cotesto nuovo sistema di vivere, e il drama termina col solenne banchetto.
Chiunque legge questa commedia ad ogni momento si dee fregare gli occhi per vedere se sogna, e se ha dinanzi veramente un poeta greco o un autore moderno: l'interesse infatti che desta ora, non si potrebbe ben definire, se non sia forse più profondo e più vivo di quello che può aver destato nel pubblico antico, dove dopo tutto c'era un fondo di troppo maggiore buon senso per giungere a creder sul serio che il mondo si avesse a mutare così facilmente. Ora io sono convinto che se questa commedia potesse divenir popolare tra noi, non sarebbe senza un gran frutto. Il popolo, più che da molte sode ragioni, che sono sempre sospette, potrebbe da questa burla serena capire che certe teoriche e certe proposte, ancorchè talora fatte in buonissima fede e con le migliori intenzioni del mondo, non tornano in sostanza che ad una solenne derisione delle sue miserie, e che il desiderio dell'impossibile e del vano fa perdere inutilmente la traccia delle più salutari e oneste riforme, che dovrebbero assicurargli, non i diritti (che non contano niente, quando nessuno ha doveri), ma i fatti e le cose che sono necessarie per vivere. Aristofane però non si traduce che in lingua parlata, e in Italiano perciò non lo può tradurre chi non sia nato e cresciuto in Toscana. Augusto Franchetti, che ne ha dato i migliori saggi nelle Nuvole, nelle Rane, e negli Uccelli, ci ha promesse altre commedie tra breve. La sua traduzione è buona, vorrei dire ottima, ma sarà veramente eccellente quanto si può desiderare, ov'egli voglia rimettere un po' d'una troppo rigida fedeltà formale e materiale, che non può scompagnarsi da una certa durezza e da un certo stento, che nella commedia non dovrebbe aver luogo. D'altra parte i dialetti hanno il grave difetto di mancare della parte letteraria (tranne, in una certa misura, il Siciliano) e perciò le allusioni ad altri usi, costumi, leggi e credenze, trasportate in un dialetto che è proprio strettamente ed esclusivamente d'un dato luogo e d'un dato tempo, diventerebbero cose da far spiritare; oltre di che le frasi dialettali sono fisse e non si possono torcere nè poco nè molto; o s'ha a dire a quel modo o non dire affatto. Dunque in dialetto
