

e Ecclesiazuse (che potremo tradurre agevolmente le Donne in Parlamento), decima commedia di quante ci rimangono d'Aristofane, fu rappresentata probabilmente l'anno 392 a. C.
Come suole accadere in tempi di profonda corruzione morale e politica, quando si dispera di poter più rintoppare la barca dello Stato, quando non si vede più alcun rimedio pratico dei mali, si ricorre alle teorie ed alle ipotesi, e quasichè la società non fosse un dato naturale che nella sua essenza si deve accettare e che è vano discutere, si comincia a pensare dapprima se non sarebbe desiderabile che la fosse costituita altrimenti, poi se non la si potesse anche ricostituire secondo questi nuovi principi, e da ultimo se non convenga anzi provarcisi. Tanto allora quanto ora vi furono i teorici che immaginarono degli Stati ideali dei quali ci restano due monumenti diversissimi nella Ciropedia di Senofonte e nella Repubblica di Platone; e che non fossero pensieri affatto solitari ce lo dimostra non foss'altro il contenuto e il costrutto di parecchie commedie d'Aristofane, dove, sia pure per burla, il principale ingrediente è sempre l'irrequietezza e il disagio del presente e l'aspirazione ad una riforma radicale (i Cavalieri), ad una società più razionale e migliore (il Pluto), ad un mondo nuovo interamente (gli Uccelli). Quanto alla pratica, Aristofane stesso ce la mostra in azione nelle Ecclesiazuse. Gli affari dello Stato vanno a rotta di collo, e le donne, che anche altre volte presso Aristofane s'erano presa la briga di soccorrere la patria, di nascosto dei loro mariti congiurano di vestirsi da uomini, occupare ancora di notte il luogo dell'assemblea e far passare una legge con la quale il governo venga posto
